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La poetica

L’unico e più antico monumento artistico conservato nelle nostre colonie sono canti popolari, vera e propria biografia di un intero popolo.
Per molti secoli, la poesia è stata per l’uomo cronaca del suo vivere, espressione immediata degli affetti, segno di identità culturale, in quanto documenti di chiara e differente cultura.
Le poesie tradizionali degli albanesi d’Italia appartengono ai tempi anteriori all’emigrazione, cioè alla metà del XV secolo e il loro contenuto è allusivo ai tempi medievali, i canti hanno forma narrativa, la manifestazione dei pensieri è semplice e naturale e per questo colpiscono maggiormente il cuore, la fantasia gli affetti più sinceri.
Le strutture fondamentali di base dei canti erano: Vjershë, Zgarxeta, Kënka.
Il Vjersh canto lirico monostrofico più conosciuto ed ancora oggi produttivo in cui la strofa è un distico il cui primo verso è cantato da un solista e il secondo da un coro.
Zgarxeta è un canto corale, la cui strofa è composta da un solo verso esempi di questo i canti delle vallje. Kënka è una canzone vera e propria con strofa, formata da un distico ed eseguita integralmente esempi i canti sacri "Kalimere" termine greco che significa Buongiorno, gli albanesi lo usano riferito al canto, perché ha un significato di saluto e augurio, gruppi di giovani cantavano per annunziare la buona novella della Resurrezione di Cristo, successivamente quello che era un annunzio festoso venne usato per indicare quegli inni sacri popolari che narravano la passione e la morte di Cristo, oggi la parola Kalimera è rimasta a significare quegli inni sacri di sapore popolare che vengono cantate durante la Quaresima.
Alla poesia estemporanea (vjershë) è da aggiungersi quella dei canti tradizionali le cosiddette rapsodie conservate ancora oggi a Civita, la più conosciuta è quella di Costantino e Jurendina.

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